martedì 16 maggio 2017

La leggenda di Fata




 RITA FRATTOLILLO



La figura di Fata rappresenta un  superamento  dell’immagine femminile  così come viene rappresentata secondo la tipologia di questo genere narrativo.
Infatti ci troviamo di fronte ad una ragazza  di ceto molto modesto  - è una pastorella – e tuttavia ben conscia della propria dignità di donna.
Lei  non si lascerà incantare dal bagliore delle gemme, né dalla prospettiva di una esistenza agiata da castellana.
 Per niente disposta a cedere alle lusinghe del potente di turno,  rimarrà fedele al suo innamorato e dimostrerà coi fatti di essere gelosa della sua virtù. Pur di non tradire i propri sogni,  sacrificherà la propria vita.

sabato 25 marzo 2017

"Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcìa Màrquez


di Rita Frattolillo
              Sull’onda del buon docufilm “Gabo”  mi sono riavvicinata al romanzo “Cent’anni di solitudine” scritto nel 1967 dallo scrittore colombiano  G.G. Màrquez (1927-2014), premio Nobel 1982. Sono quattrocento pagine che con piglio epico  narrano la storia della famiglia Buendia lungo sei-sette generazioni, a cominciare dal patriarca José Arcadio Buendía, il quale, dopo aver vagato a lungo e  inutilmente con altre famiglie amiche nella sierra alla ricerca della costa, si ferma a fondare il villaggio di  Macondo,  vicino alla grande palude. Di pari passo con la saga familiare, seguiamo la crescita di Macondo, la sua “prosperità miracolosa”, ma anche la sua distruzione. Inizialmente composto da  poche  case di fango, esso  si abbellisce via via con abitazioni in mattoni e tetti di zinco, finché arriva la compagnia bananiera che porta lavoro e nuove possibilità economiche. Anche la vita si anima, la gente si civilizza, conosce il grammofono e il telefono, arriva la ferrovia.

sabato 21 gennaio 2017

Tra la "Lettera a una professoressa" di don Milani e "A colloquio con Belzebù" di Elvira Tirone


di Rita Frattolillo


                     Nel maggio1967, un mese prima che si spegnesse ad appena 44 anni, don Lorenzo Milani pubblicava un volume scritto insieme ai suoi alunni, i ragazzi della sperduta frazione di Barbiana, nel Mugello.
 “Lettera a una professoressa”, questo il titolo, ebbe l’effetto di un sasso nello stagno.
 Perché essa dava voce a ragazzi  poveri, considerati i paria della socità, e poi perché  denunciava forte e chiaro il sistema scolastico  e un metodo didattico che, favorendo l’istruzione delle classi agiate, i cosidetti “Pierini”, abbandonava all’ignoranza la maggior parte del Paese. 
Ma chi era  Don Milani?  Un sacerdote, insegnante, scrittore ed educatore, che, con quei ragazzi, aveva tentato una sperimentazione di scuola a tempo pieno, realizzando un collettivo dove si lavorara tutti insieme, e chi sapeva di più  aiutava gli altri.

venerdì 9 dicembre 2016

Il castello di Gambatesa (Molise), gioiello dell'arte rinascimentale


  Rita Frattolillo
         
Quando si torna a Gambatesa, paese affacciato sul lago di Occhito, uno specchio d’acqua incastonato nello splendido panorama della valle del Tappino, a una trentina di  km. dal capoluogo Campobasso, non si può fare a meno di apprezzare l’ospitalità degli abitanti, che qui sono circa 1500, e il  notevole decoro urbano;  dopo qualche giro nel lindo centro storico, si sale fino al colle Serrone, dove si erge il castello.

 Qui la visita è obbligatoria, per poter  ammirare con  rinnovato interesse e piacere  i mirabili affreschi di Donato Decumbertino  (Da Copertino) che ne decorano le stanze.
Passando da un ambiente all’altro, la mente va immancabilmente allo splendido e sontuoso volume pubblicato nel 2003 da Franco Valente, mente vulcanica votata con la più grande verve  e altrettanta competenza alla valorizzazione del patrimonio storico-artistico del territorio molisano.
L’architetto Valente, in quegli anni direttore della collana “Castelli del Molise” per le Edizioni Enne di Enzo Nocera, ha contribuito notevolmente, specie  grazie alla pubblicazione di svariati saggi e studi storico-artistici, ad accendere l’interesse su periodi poco indagati del nostro passato.

lunedì 28 novembre 2016

Le donne del Molise e il Fascismo


 Rita Frattolillo


           Il regime, fin dall’inizio, seppe blandire - e sfruttò con successo - il desiderio delle donne di servire da un lato la comunità nazionale e dall’altro di soddisfare la loro esigenza di impegno pubblico, e si adoperò per creare la “donna fascista per l’Italia fascista”, sottolineandone, con il pieno sostegno della potente macchina propagandistica, il ruolo di madre e di  massaia, fino ad arrivare alla missione patriottica, secondo i desideri del duce.

Il modello maternalista


“Nell’aula magna del Reale convitto nazionale “Mario Pagano” si è con rigido rito celebrata la «Sagra della famiglia». I capi di famiglia numerosa, le cui consorti sono state designate per il distintivo di benemerenza, hanno il posto d’onore. Tutti i settori sociali sono rappresentati (…) poiché sentono che in questa celebrazione si eleva l’inno dell’amore, della fede, si consacra l’amore della Patria, più potente per maggior numero dei suoi figli” [NOTA Il Giornale d’Italia 5 marzo 1940, Campobasso esalta la Sagra della maternità nel nome del Duce ]
Così Il Giornale d’Italia 5 marzo 1940 riferiva, nel  tono enfatico tipico di quegli anni, e con dovizia di particolari, l’annuale celebrazione della maternità, che, dopo il discorso tenuto dal camerata Francesco Trotta, si era conclusa con la
“Distribuzione  delle medaglie di onore alle madri prolifiche che sfilano dinanzi ai gerarchi ricevendo l’ambita attestazione tra il plauso degli intervenuti”. Ad essere celebrate erano solo le madri prolifiche: il primo anno, si tenne l’adunata nazionale a Roma, alla presenza del duce, e le madri delle 90 province italiane passate in rassegna come migliori esemplari della razza non furono chiamate per nome, ma per…numero di figli. Sui giornali trovava spazio anche  il “Bollettino demografico” della settimana, che riportava, oltre al numero dei nati e dei morti,  l’elenco delle famiglie prolifiche dei vari paesi molisani “da additare ad esempio”, come la coppia D’Alò Maurillo e Franceschini Adelia, che aveva ottenuto (Il Giornale d’Italia 6 marzo 1940) il 2°premio demografico di £1500 per aver avuto dal 1925, anno del matrimonio, 9 figli, “ oggi tutti viventi e a carico.” Il trafiletto si chiudeva  trasudando retorica: « Montenero  rurale, prolifica, fiera di questo riconoscimento della sua sana fecondità saprà in questo campo e in altri seguire sempre più i dettami del Duce».

domenica 20 novembre 2016

"Il sentiero di Aracne" di Elvira Santilli Tirone



di Rita Frattolillo

                     
        Dei  tre romanzi della scrittrice nata a Capracotta (Campobasso), pubblicati tra il 1968 (Oltre la valle) e il 1996 (Il sentiero di Aracne) con l’intermezzo del 1991 (A colloquio con Belzebù), non credo che siano in molti a sapere che il primo e l’ultimo sono stati generati nello stesso periodo, pur se usciti a quasi trent’anni di distanza.

Un dato non  tanto rilevante  se Oltre la valle e Il sentiero di Aracne sviluppassero un  tema simile.
 Al contrario, mentre Elvira  raccontava il proprio vissuto e quello della propria famiglia,  già  si andava concentrando sulla condizione della donna, che nell’età patriarcale era considerata priva di attitudini creative: è questo il tema trattato ne Il sentiero di Aracne.
Quindi, mentre Elvira assaporava il  meritato successo del  primo romanzo,   la sua mente   già mulinava vorticosamente  problematiche epocali che andavano assolutamente affrontate e sviluppate: la condizione della donna nella società (Il sentiero di Aracne) e le problematiche del mondo scolastico (A colloquio con Belzebù).

Ma se dopo Oltre la valle  la  penna di Elvira, grazie al suo “cervello a scacchi” - suo copyright- non si è fermata più,  è sicuramente insolito  per il lettore immergersi nel mito, penetrare in una trattazione etico-filosofica completamente diversa dagli altri due romanzi.

venerdì 15 luglio 2016

WLODEK GOLDKORN,"Il bambino nella neve", romanzo, Feltrinelli, 2016



Rita Frattolillo


    Lo scrittore polacco Wlodek Goldkorn,  che attualmente vive a Firenze dopo aver lasciato la Polonia nel 1968, è autore di diversi saggi sull’ebraismo e sull’Europa centro-orientale. Per anni responsabile culturale del settimanale “l’Espresso”, è una voce conosciuta nel panorama culturale italiano; ha intervistato scrittori importanti, premi Nobel, artisti, e ha narrato molte storie, ad esclusione di quella sua. La  storia di un bambino, nato nel 1952 da genitori ebrei  militanti comunisti sfuggiti nel 1939 agli orrori delle seconda guerra mondiale, che è cresciuto nel vuoto di una memoria familiare – quella delle deportazioni e degli eccidi di sei milioni di ebrei – indicibile ma impossibile da dimenticare. Diventato nonno, però, Wlodek si trova di fronte al dilemma di come trasmettere ai bambini la memoria di un passato inenarrabile,  temendo di non saper rispondere alle  loro domande sul  loro essere ebrei, sulla Shoah, sui perché – tutti esecrabili - di vicende tanto orribili.

lunedì 13 giugno 2016

La letteratura italo-americana e il "nuovo" ruolo del traduttore


Rita Frattolillo

      Delle numerose ondate migratorie che, spinte dalla disperazione, dalla seconda metà dell’Ottocento hanno varcato l’oceano spopolando il Molise e lasciando le donne ad affrontare da sole la difficile condizione di vedove bianche, è rimasta testimonianza nelle lettere, scritte su paginette di quaderno ingiallite dal tempo con mano malferma e in dialetto, inviate dai nostri manovali e “artieri” ai familiari. Sono quelle povere frasi sgrammaticate a gettare luce sugli aspetti crudi e duri della loro quotidianità di  emigrati.

Poi sono arrivati i Pietro Corsi (classe 1937) e i Giose Rimanelli (classe 1926), emigranti di successo e prolifici autori, a creare, direttamente in italiano o in inglese, l’epopea migratoria, scavando nelle stigmate della propria identità lacerata.
Quindi c’è stato il passaggio ad autori di lingua inglese come Nino Ricci (1958), che, pur appartenendo alla generazione nata oltreoceano, hanno attinto, nelle loro creazioni letterarie, ai risvolti spesso allucinanti dell’emigrazione, sull’eco tumultuosa di una tensione in bilico tra il peso delle radici e l’esigenza di conoscere il proprio io.

giovedì 9 giugno 2016

Civitacampomarano (Campobasso) ieri e oggi





Rita Frattolillo 

 Eccolo, finalmente! Dopo una serie infinita di tornanti e curve su  un fondo stradale piuttosto dissestato, all’improvviso appare il paese, stretto intorno all’imponente castello, che sembra proteggere  il groviglio di strade e di tetti rossicci del borgo antico di Civita, 36 km dal capoluogo Campobasso.
Il viaggio è stato più lungo del previsto, ma molto pittoresco, un’ immersione totale in un pesaggio ondulato tra le alture  dalle mille sfumature di verde, quello tenero e fresco della primavera che si fa largo.
Lungo il ciglio, eleganti steli della malva fiorita e pseudoacacie dai grappoli bianchi. 
Il loro  profumo intenso irrompe nell’auto inebriandoci.
  A guastare l’armonia, un’orribile infilata di pali eolici sul crinale, proprio presso Lucito, paese natale del pittore  molisano a me caro, Antonio Pettinicchi.
Il cartello stradale di Castelbottaccio, nome indissolubilmente legato a quello della baronessa illuminista Olimpia Frangipane, ci segnala che la nostra meta è prossima.

domenica 8 maggio 2016

ANTONIO TROMBETTA, pioniere della fotografia



(Napoli,19.02. 1831 ‑ Campobasso 5.01.1915 )

di Rita Frattolillo

      Nato a Napoli nel 1831, fin da piccolo mostra grande inclinazione per l’arte e comincia a modellare  figurine nella creta e a dipingere su tela di nascosto dall’occhio vigile del padre.
Dopo tentativi per convincere il padre, ne ottiene  finalmente il consenso, e il ragazzo frequenta con profitto l'Accademia di Belle arti, dove sembra che sia stato compagno di studi di Palizzi e Morelli. Si dedica anche alla decorazione sotto la guida dei famosi fratelli Gagliano. Dopo un periodo trascorso in Marina Antonio torna a Napoli, dove lavora come decoratore, ma appunta la sua attenzione alla nascente arte fotografica

martedì 3 maggio 2016

Un gioiello milanese del periodo risorgimentale:Palazzo Archinto



  di Rita Frattolillo
 
        Nel cuore di Milano, nella silenziosa ed elegante via della Passione fiancheggiata da begli edifici in stile tardo neoclassico si erge, severo e imponente, Palazzo Archinto.
Dal grande portale aperto si nota, al centro del cortile  d’onore, la statua bronzea, eseguita dall’allievo di Antonio Canova Angelo Pizzi, che  ritrae Napoleone  nella posa e nelle vesti di  antico romano.
Non avrebbe mai potuto immaginare, il conte Giuseppe Archinto che lo fece costruire,  che il cortile del suo  sontuoso palazzo sarebbe stato un giorno dominato dalla statua di Napoleone, l’uomo simbolo dei principi libertari che egli osteggiava.
 Un affronto, per lui,  talmente filoasburgico da aver inserito nel suo stemma l’aquila bicefala!

Ma non avrebbe neanche lontanamente immaginato, il conte, che i magnifici interni avrebbero assistito alle vicende storiche più eterogenee.

giovedì 28 aprile 2016

Claudio Magris, Non luogo a procedere, Garzanti 2015




                       di Rita Frattolillo
         L’allestimento di un museo della guerra - progettato per esaltare la pace dopo la tragica morte di un eccentrico raccoglitore di armi e documenti “scottanti” - getta lampi di luce su squarci di esistenze sconosciute e impensabili che si intersecano sotto cieli e tempi diversi. I cannoni arrugginiti, le carlinghe sfondate, le vecchie baionette, ma anche armi esotiche come il macuahuitl (una mazza di legno ferrata  usata come sciabola e arma da punta in uso presso gli Aztechi e tutti i popoli della mesoAmerica), tutti attrezzi che la curatrice del nascente museo, Luisa - madre ebrea incenerita a San Sabba e padre sergente afroamericano morto a Trieste - deve allestire nelle diverse sale, aprono scenari su storie piccole e grandi  che la coinvolgono in una strana misteriosa rete.

domenica 21 febbraio 2016

A proposito del Decreto Legge Cirinnà

di Angela Frattolillo

Nella storia ci sono momenti in cui è doveroso e necessario intervenire, far sentire la propria voce e gridare il proprio sdegno nella melassa mediatica che strombazza sui diritti di assicurare a pochi, ignorando quelli dei molti senza voce e potere.
 Ma l’omosessualità è sempre esistita e praticata, anche per particolari contingenze storiche e sociali,ma vissuta con naturale pudore e discrezione, senza bisogno di esibizioni, pubblicità e spettacolarità spesso becere, se non triviali. 

lunedì 8 febbraio 2016

Cordova


                  di   Rita Frattolillo



Il profilo di Cordoba con le sue cupole e i suoi minareti si staglia nel cielo terso sull’altra sponda del Guadalquivir, il “grande fiume”.
  La torre Calahorra che custodisce il museo storico  sovrasta l’ingresso al maestoso ponte romano che lo scavalca, ed è proprio la torre che all’inizio mi impedisce di vedere il vecchio mulino arabo perfettamente restaurato  che spunta a pelo d’acqua.
La città oggi conta 300mila abitanti, e ha una centrale di pannelli solari,  mentre le terre circostanti   producono olio, vino e cotone.

Il suolo di Cordoba è stato calpestato nel corso dei secoli da una moltitudine di popoli, tra cui  i fenici, i romani, gli ebrei e gli arabi. La storia della città è costellata di periodi di grandezza e  di decadenza.

martedì 26 gennaio 2016

Per la giornata della memoria


 Rita Frattolillo
        Perché in questa giornata del 27 gennaio il nostro pensiero sia      rivolto, oltre che alla  shoah di  sei milioni di ebrei durante la seconda guerra mondiale, a tanti altri olocausti di cui si sa poco o nulla.
Perché troppo spesso gli studiosi occidentali passano sotto silenzio o dimenticano i grandi eventi che sono accaduti al di fuori dei  confini di loro “competenza”.
 Del feroce genocidio perpetrato ai danni dei curdi, qualcosa  ogni tanto comincia a trapelare, ma a fatica.
 Quasi nulla, poi, è affiorato sulla sorte tragica toccata a più riprese, durante i secoli, ad un popolo geloso della propria indipendenza ed unicità come quello armeno.
Il loro genocidio è tuttora negato, ed è per questo che voglio parlarne.
Tre sono  i momenti  tragicamente indimenticabili  - mi pare - della loro travagliata lotta per l’indipendenza.

mercoledì 20 gennaio 2016

La città andalusa delle corride, Ronda; La fenicia Cadice





di Rita Frattolillo


Questa volta preferiamo l’Andalusia “minore”, ma non meno pittoresca né meno ricca di Storia.
 Entriamo nella cittadina di Ronda dalla porta Almukaba, nome arabo che significa “Porta delle anime”, perché di qui passavano i cortei funebri che accompagnavano i defunti fuori città.
Ronda, a 700 m. sul l.m., è un misto ben riuscito di reminiscenze romane e arabe.
Il nome, ad esempio, è latino: infatti l’antica Arunda era una città romana, che, benché fortificata, cadde, dopo parecchie incursioni, in mano musulmana, e in mano loro rimase, fino a quando i piccoli regni cristiani -  in primis la regina “cattolicissima” Isabella di Castiglia y Leon - un giorno di Pentecoste, la ebbero vinta e la conquistarono dopo molti tentativi, approfittando delle lotte intestine che stavano disgregando l’unione tra arabi.

venerdì 15 gennaio 2016

Amedeo Trivisonno, il pittore degli angeli


di Rita Frattolillo


Era il 1993 e Amedeo Trivisonno aveva alle spalle ottantotto primavere quando lo incontrai per quella che fu una delle sue ultime interviste.
 Si sarebbe spento due anni dopo, il 28 dicembre ’95. Quando lo vidi, mi sorprese  lo sguardo: libero e penetrante. Uno sguardo limpido, ancora giovane, che gli illuminava il volto aperto, in contrasto con la barba e i capelli candidi. L’inseparabile basco scuro non era una civetteria d’artista, ma la sua dichiarazione d’amore all’arte, un amore a cui è rimasto fedele fino alla fine, e al quale – mi confidò con sicurezza – si sarebbe dedicato di nuovo, se mai fosse tornato a nascere. Perché, mi spiegò, per lui l’arte era natura, bellezza e vita, e una consolazione senza eguali nei momenti difficili.

 Ma come era nata la passione per l’arte?

giovedì 14 gennaio 2016

Charles Moulin, il poeta del pastello


di Rita Frattolillo



Gauguin…come Gauguin”, ha commentato qualcuno riferendosi alla fuga dalla “civiltà” di  Charles Moulin. Ma, se il pittore parigino, dopo la drammatica rottura con Van Gogh,  era   riparato a Tahiti, in Polinesia - paradiso esotico abitato da ragazze  vestite  più di serti floreali che di abiti - dandosi risposte (d’où venons-nous? Où allons-nous?) e dando una svolta al suo stile pittorico,  Moulin, rintanandosi tra i picchi delle Mainarde, anche se geograficamente più vicino alla “civiltà”,  si era isolato dagli ambienti artistici  e si era fatto ignorare dai circuiti artistico-commerciali. Soprattutto, a differenza di Gauguin, non è stato mai celebrato tra i grandi del suo secolo, anzi; e la sua non breve esistenza è passata quasi inosservata.

domenica 10 gennaio 2016

Un amore muto e impossibile di Gabriele Pepe


di RITA FRATTOLILLO



Una domenica mattina del lontano 1796  Gabriele Pepe, diciassette anni, si vestì con più cura del solito. Si spazzolò la camiciola chiara col collo alto e il pantalone alla francese aderente  come usava all'epoca,  si passò il pettine tra i folti ricci biondi.
L'occhiata rapida che lanciò allo specchio prima di gettarsi sulle spalle il tabarro scuro, uscendo, gli rimandò l'immagine di un giovane pallido -non si era ancora ripreso da quel dannato intervento alla vescica - con le guance appena ombrate da un'incipiente peluria. Tanta cura perché quella mattina era speciale: Gabriele sentiva di essersi  innamorato, ma sul serio; non una cottarella giovanile, di quelle che passano presto senza lasciare segni, ma un amore intero, completo, che gli levava il sonno. Si avviò in tutta fretta verso il piazzale del castello Angioino, perché di lì a poco, come tutte le domeniche, lei sarebbe passata, accompagnata dai genitori, per andare alla messa solenne di S. Maria Maggiore.

lunedì 14 dicembre 2015

Maria Giuseppina Fusco e "Un corvo nel cuore"



di Rita Frattolillo


Diverse volte, mentre leggevo Un corvo nel cuore (Filopoli, 2008, pp.431, euro18), opera bella e terribile di Maria Giuseppina Fusco, mi è capitato di  pensare : “anch’io…”
 Perché Pina Fusco (Campobasso, 1941) ed io apparteniamo  alla generazione uscita dalla guerra, abbiamo conosciuto le medesime privazioni, annusato l’euforia della “ricostruzione”, vissuto il boom economico, il  ’68 e tutto il resto, fino ad oggi. Chissà quanti bimbi di allora, come noi, sono cresciuti con il latte in polvere degli americani, i ritagli delle ostie passati dalle monache, quanti, per addobbare il presepe, a Natale cercavano il muschio sui tronchi e lungo i muretti di campagna.
E quante di noi si sono fatte le bambole di pezza, sfruttando i cuscini di casa…