di RITA FRATTOLILLO
Una domenica mattina del lontano 1796 Gabriele Pepe, diciassette anni, si vestì con
più cura del solito. Si spazzolò la camiciola chiara col collo alto e il
pantalone alla francese aderente come
usava all'epoca, si passò il pettine tra
i folti ricci biondi.
L'occhiata rapida che lanciò allo
specchio prima di gettarsi sulle spalle il tabarro scuro, uscendo, gli rimandò
l'immagine di un giovane pallido -non si era ancora ripreso da quel dannato
intervento alla vescica - con le guance appena ombrate da un'incipiente
peluria. Tanta cura perché quella mattina era speciale: Gabriele sentiva di
essersi innamorato, ma sul serio; non
una cottarella giovanile, di quelle che passano presto senza lasciare segni, ma
un amore intero, completo, che gli levava il sonno. Si avviò in tutta fretta verso
il piazzale del castello Angioino, perché di lì a poco, come tutte le
domeniche, lei sarebbe passata,
accompagnata dai genitori, per andare alla messa solenne di S. Maria Maggiore.
