Lo
scorso maggio si è spenta a Campobasso Elvira Tirone Santilli, una delle voci
letterarie più significative del
Novecento molisano. Elvira si è spenta serenamente come era vissuta. La sua
lunga esistenza è stata ricca di affetti familiari, piena di successi
professionali come docente, e di sinceri apprezzamenti per la qualità della sua
attività culturale. Certo, come a ognuno di noi, non le erano mancati dolori,
lutti e sofferenze, ma aveva affrontato
ogni ostacolo con fronte serena e passo lieve. Con lo stesso spirito aveva
vissuto i bagliori e i capovolgimenti del Novecento, sforzandosi
incessantemente di comprenderli, pur senza mollare la barra della coerenza e
dell’intimo convincimento. Sta di fatto che in pieno 1968, in perfetta dissonanza con l’aria che tirava
e le barricate materiali e ideologiche alzate in mezzo mondo, aveva dato alle
stampe il suo primo romanzo, che con voce cristallina e scrittura piana affrontava
un argomento di tutt’altro tenore, mettendo in scena un territorio ai più
misconosciuto – Capracotta e l’Alto Molise - e un mondo di affetti percorso da problematiche familiari e scosso
dai radicali mutamenti imposti dal travaglio bellico.
