martedì 16 febbraio 2010

Saint-Denis, luogo-simbolo della mistica reale francese

La bambina di colore che pattina energica sul sagrato dell’antica cattedrale gotica, probabilmente ignora che lì, a pochi passi dal suo volteggiare, riposano i re che per secoli hanno determinato i destini della Francia e impresso il corso della sua Storia. Sgomento e incredulità sono le mie sensazioni appena metto piede all’interno, sia per la vastità, sia per l’altezza esasperata delle colonne che trasmette un senso di verticalità da far girare la testa. Non mi ero mai trovata in un cimitero regio di tale ricchezza scultorea e tali dimensioni : vi sono rappresentati 10 secoli di re, regine e principini, da Dagobert, VII sec., fino ai ghigliottinati Luigi XVI e consorte.

sabato 9 gennaio 2010

Quale senso per i dialetti?

L’estate 2009 un articolo del prof. Onorato Bucci, “Dialetti con senso” uscito su Il Tempo (3 agosto), e il dibattito in corso sulla proposta leghista riguardante l’uso obbligatorio del dialetto locale nella didattica, mi hanno sollecitato a qualche considerazione.

Studio i dialetti da circa trent’anni, e ho trovato interessante, oltre che di ampio respiro, l’excursus di Bucci, mio illustre corregionale, pur se lo sforzo di sintesi ha comportato, come spesso capita, qualche approssimazione. Ve ne propongo gli stralci principali.

“Federico Fellini considerava il dialetto come la testimonianza più viva della nostra storia, e infatti ogni parlata è un condensato della storia politica, culturale, sociale del territorio, in definitiva il prodotto della storia e della memoria di una collettività. Lo avevano compreso tanto bene gli intellettuali del periodo unitario, quando, anche sull’onda della filologia demologica, si diedero a raccogliere testimonianze (che fossero fiabe, canti, poesie, proverbi,usi) nei vari vernacoli, come i molisani Emilio Pittarelli ed Enrico Melillo, Nunzia Fruscella, l’abruzzese Gennaro Finamore, il siciliano Giuseppe Pitré, per menzionarne solo alcuni. Si ricorse anche a traduzioni, come fecero Giovanni Papanti e Luigi Luciano Bonaparte. E, negli ultimi decenni dell’Ottocento, in pieno dibattito sulla questione della lingua, uno dei padri fondatori della dialettologia scientifica, il prof. campobassano Francesco D’Ovidio, affermava che il dialetto va “analizzato coma una lingua, con la stessa strumentazione e rigore”, e pertanto realizzò (1906), con il Meyer-Lubke, la Grammatica Storica della lingua italiana e dei suoi dialetti. Intanto, “fatta”l’Unità politica, ci si poneva il problema di quella linguistica, e se G.I.Ascoli, contrariamente al Manzoni, era convinto che i dialetti non erano da escludere dalla scuola, ma da valorizzare e studiare, perché “il bilinguismo è fattore di sviluppo dell’intelligenza”, più tardi, i programmi Gentiliani per la scuola elementare, in gran parte ispirati dal pedagogista siciliano Giuseppe Lombardo Radice, individuarono nei dialetti uno strumento valido per insegnare l’italiano ai bimbi. Bucci lamenta, in quel momento storico, il fallimento del progetto di raccogliere le consuetudini giuridiche locali, e ne ha ben donde, tuttavia diversi direttori didattici dell’epoca promossero ricerche, come Eugenio Cirese, realizzando pubblicazioni di spessore nel campo etno-folklorico. Insomma le Piccole Patrie, come le chiama Bucci, non sono state, sia pure tra alti e bassi, abbandonate e dimenticate, e, se poi ci si prende la briga di scorrere, oggi, la bibliografia regionale – di qualunque regione italiana – si scoprono molti titoli riguardanti lavori sul e in dialetto, come –restando nel Molise - i vecchi ma non datati lavori di Michele Minadeo per Ripalimosani (1955), i volumi di Michele Colabella su Bonefro(1979-1993), lo studio di Nino Bagnoli su Fossalto (1990).

“ Vorrei concludere questi pensieri con qualche riflessione sulla proposta leghista, pur se non ne conosco i dettagli. Facendo una doppia premessa, e cioè:
- se agli alunni è già assicurata una buona conoscenza della lingua nazionale (precondizione indispensabile);
- a quale dialetto ci si riferisce, se a quello annacquatissimo di oggi, oppure a quello letterario.

Ciò detto, c’è da chiedersi cosa tende ad accertare un test sul dialetto.
Perché se serve a monitorare il grado di dialettofonia del docente, cioè la sua capacità di esprimersi, sarebbe una vera sciocchezza. Infatti non credo proprio che si possano fare progressi sulla strada della conoscenza del territorio scambiando qualche battuta dialettale con gli studenti. Se così fosse, si ridurrebbe la già malconcia scuola italiana a livelli da strapaese. Inoltre, ogni parlata ha le sue peculiarità fonetiche, lessicali e morfosintattiche, e quindi la dialettofonia di quel docente (e anche quella dei suoi scolari) potrebbe essere spesa solo in un dato paese.
Nel Molise, ad esempio, Toro dista solo qualche km. da S. Giovanni in Galdo, ma i due vernacoli differiscono parecchio, sicché un nativo del primo non potrebbe “emigrare”nell’altro paese (o altrove). Aggiungo che, se a monte del progetto leghista si cela la volontà di respingere dalla scuola i docenti meridionali – dal momento che la maggioranza viene dal Sud – la meschinità e la ristrettezza di orizzonti che l’avrebbero ispirato lo commentano da sé.
Ma, come si accennava prima, il patrimonio dialettale si presta a ben altri approcci, e far gustare una poesia o un passo di un autore vernacolare richiede una competenza che non si può improvvisare: non solo sensibilità letteraria, capacità di collocare l’opera e il suo autore nel periodo, ma analizzare il testo in ambito semantico, etimologico e filologico….

Un fardello non indifferente. Oltretutto, se, come ha scritto Luca Serianni, negli ultimi vent’anni i giovani hanno affidato al dialetto la propria carica trasgressiva, non sarà facile. Ma neanche impossibile, dal momento che essi – lo so da vecchia docente - sono sempre pronti ad abbracciare le “novità”. E qui mi permetterei qualche suggerimento.
Un’operazione didattica potrebbe passare attraverso opportuni input –adeguati alla fascia d’età degli scolari - tesi a stimolarli verso un “nuovo” terreno da esplorare.
Coinvolgendo i ragazzi nella ricerca degli attrezzi e degli utensili domestici in disuso e ancora reperibili in scantinati e soffitte; intervistare chi più di loro ne conosce l’utilizzo, il nome e la pronunzia corretta; risalire al loro etimo, e così via.
Un approccio del genere consentirebbe un duplice vantaggio, quello di ‘rinforzo’, e di prendere consapevolezza del territorio.

Si potrebbero organizzare manifestazioni teatrali incentrate su recite in dialetto, senza trascurare la musica, portando ad esempio gruppi come gli Almamegretta e i Pitura Freska, che sbandierano nelle loro canzoni, a ritmo di rap e rock, il vernacolo come simbolo di diversità.

Poi, riscoprire il dialetto in campo poetico, avviando i giovani alla conoscenza diretta dei testi letterari, facendone apprezzare la forza di suggestione e la capacità espressiva. Eleggerlo a lingua speciale, come una sorta di provenzale da contrapporre, nella sua preziosa specificità, al generalismo dell’italiano d’uso o agli inglesisimi. Promuovere concorsi di poesia, parlare del dialetto come di un’Arcadia che può trovare una nuova stagione grazie a “parole che scaldano le cose”. Insomma, vedremo l’autunno cosa ci porterà….

[pubblicato integralmente sul mensile “Il bene comune”, N°11 , nov.2009]

mercoledì 30 dicembre 2009

Sulle orme di Chateaubriand


L’estate scorsa (2009) sono andata sulle tracce di Chateaubriand, nell’antica Bretagna, terra di castelli ed abbazie; dapprima alla volta di Saint- Malo, la città interamente cinta da bastioni, dove il padre del romanticismo francese è nato nel 1768. Da questa città, covo di pirati e sede della loro flotta, che ha elevato una statua al corsaro Duguay-Tronin, partì il navigatore Jacques Cartier nel lontano 1534. Cercando un passaggio per la Cina attorno a Terranova, scoprì nientemeno che il Canada. Leggo questa notizia sulla lastra musiva ben visibile nella Cattedrale gotica di San Vincenzo. Mi aggiro per le strade lastricate del centro storico, tra ali di bistrot e ristorantini invitanti, vetrine che confermano la sua fama di regina della pesca, nel trionfo di ostriche, astici e gamberoni e negozietti debordanti di statue, sciabole e tutto l’armamentario piratesco. L’ardesia scura dei tetti è rischiarata qua e là da bagliori imprevisti: guardo meglio, sono i licheni gialli che li accendono di un bronzo corrusco. Seguo il cammino di ronda, lungo le mura che sono dello stesso granito di Mont –Saint- Michel. Mi rapisce la visione della distesa marina grigio-cenere e mi esalto al pensiero che “lui” ha respirato quell’aria di mare, vissuto in quel vento, sentito il grido dei gabbiani. Da qui, da questi bastioni, il piccolo François-René, visconte di Chateaubriand, assorto dietro all’eterno andirivieni delle onde (le”vagues”) - che lui chiamava “refrain”- , avrà sognato chissà quali mondi e sentito lo slancio verso l’infinito. E forse quella immagine gli avrà ispirato l’espressione-chiave del romanticismo:”vague des passions”. I grossi gabbiani che, stridendo, volteggiano tra i contrafforti e il mare o si posano sulle teste delle statue, sono parte inscindibile del paesaggio. Ma quel che calamita il mio sguardo è il Grand Bé, l’isolotto dove, dal 1848, riposa René, incarnando fin oltre la morte l’ideale di eroe romantico: altera, sdegnosa solitudine; i suoi resti in muto dialogo tra cielo e mare, silenzio assoluto interrotto solo dal quieto frangersi delle onde sulla rupe e dal grido acuto dei gabbiani che svolacchiano bassi.                           (foto:Le Grand-Bé)

Il genio nel castello  
E’ nei boschi di Combourg che sono diventato quel che sono (Chateaubriand, Mémoires d’outre-tombe)
La strada per Combourg, culla del romanticismo francese e tappa essenziale del mio viaggio, è costeggiata ancora oggi da fitti boschi dove spicca ogni tanto qualche tronco bianco di betulla; lussureggiante il sottobosco di felci. La cittadina, dominata dall’imponente castello feudale dove René ha vissuto per qualche tempo nell’infanzia e poi da adolescente, immortalandolo, è inseparabile dal ricordo del grande scrittore. Caffè, piazzette, hotel, vie, tutto è intitolato a Chateaubriand, che tra i boschi del parco e il lago condusse nella proprietà del castello un’esistenza “étrange”: terrori, fantasticherie solitarie, corse sulla landa in compagnia della sorella Lucile, indole tenera e fragile che poi andrà incontro ad un doloroso destino; esaltazione, tristezza indefinita, turbamenti di una sensibilità ardente. E’ qui, dove mi trovo io adesso, che si è svegliata la vocazione poetica di Chateaubriand; la sua anima d’artista resterà marcata per sempre da quegli anni di delirio che lui ha descritto da Maestro. Superato il cancello, il mio sguardo si perde nella vastità del parco boschivo: ben 25 ettari esaltati già dalla marchesa di Sévigné. Su un lato, incombe la mole massiccia del castello. Percorro la breve scalea esterna che, sostituendo il ponte levatoio, scavalca il fossato ora asciutto, e mi accingo ad accedere in un luogo che considero quasi sacro, sulla lunga onda emotiva impressa in me dalle ripetute letture dei capolavori che Chateaubriand ci ha lasciato; per me esso è un luogo addirittura sacro, per l’influenza innegabile che ha avuto sulla formazione del suo genio. Il castello, turrito, conserva l’aspetto di fortezza, e la sua vista mi fa venire alla mente la sensazione di “calma cupa” che trasmetteva al giovanissimo René. Subito dopo il vestibolo, ecco la cappella, dove la malinconica madre dello scrittore passava gran parte della sua giornata pregando e meditando. Il padre, invece, era una persona fredda e severa, la cui presenza bastava per trasformare in statue madre e figli, uno che, anziché stringersi intorno familiari e servitù, li aveva dispersi ai quattro angoli dell’enorme edificio. L’atmosfera tetra del castello - narra nelle Mémoires - era accentuata dall’umore taciturno e solitario del padre, che parlava solo se trascinato dall’ira, misurava a grandi passi sale e corridoi per ore interminabili, oppure andava fuori, a caccia; unico rumore, la sera, quei passi sempre uguali, i sospiri della madre e il mormorio del vento. Attraverso sale e salotti, tutti bene arredati, dopo che, saccheggiato e devastato come tanti altri edifici appartenenti alla nobiltà durante la rivoluzione, è stato restaurato e reso abitabile verso la fine dell’Ottocento. E’ il “salotto degli archivi” ad ammutolirmi, tanto è forte l’emozione che provo: vi sono raccolti i ricordi dello scrittore provenienti dall’appartamento parigino in cui è morto. Il suo letto di morte, il suo scrittoio, il suo calamaio, le decorazioni ricevute (la Croce di San Luigi, la Legion d’onore). Disegni, incisioni e ritratti, come quello della cognata Aline ghigliottinata ad appena ventitré anni, oppure quello della leggiadra Juliette Récamier, la fedele amica di tutta la vita; il diploma conferitogli dall’Accademia di Belle Arti di Roma nel 1828, quando vi era ambasciatore. Vorrei trattenermi ancora, indugiare ancora su quelle testimonianze di una vita spesa per la letteratura, nella politica e nella diplomazia… In fondo a tutto il lungo percorso programmato per noi turisti, ci aspetta – finalmente - la cameretta dove era confinato il piccolo René. Anche se ricordavo bene i passaggi in cui la descrive, vederla materialmente mi sgomenta, non la immaginavo così squallida, piccola e disadorna; persino le finestre sono minuscole come feritoie, sembra più una cella da eremita che la stanza di un ragazzino… E’ situata nella torre del gatto, così chiamata perché durante i lavori vi fu rinvenuta la mummia di un gatto, probabilmente murato vivo all’epoca della costruzione del castello. Infatti un’antica usanza richiedeva che per scongiurare la malasorte occorreva murare un gatto, considerato in passato animale diabolico.
“La sera mi ritiravo sull’alto della torretta, vedevo solo una piccola parte del cielo e qualche stella. Le civette che volavano da una torre all’altra disegnavano tra la luna e le tende della mia cameretta l’ombra mobile delle loro ali. A volte, il vento sembrava correre a passi leggeri, altre volte la mia porta era mossa violentemente e il chiasso moriva, poi tornava ancora..”
Arte e memoria abitano qui, indubbiamente, e certi luoghi, la loro atmosfera, la ravvivano