I figli non dovrebbero mai morire prima dei genitori. Ma
che succede se un figlio si toglie la vita, e senza una ragione apparente? Un
venerdì di carnevale qualunque, Andrea, non ancora sedici anni, si fa saltare il cervello con un colpo di
pistola, gettando nella tragedia la sua famiglia, una come tante. Compenetrarsi nel dolore della
figura materna, straziata dal gesto fatale del figlio, analizzarne i meandri –
e in controluce, la reazione degli altri - è l’impresa difficile e delicata con
cui si è voluta misurare Antonella Presutti nel suo romanzo Stabat Mater (EdiLet, Roma 2011), che nel titolo richiama la
sequenza della Madonna Addolorata attribuita a Jacopone. Nel “planctus” di Stabat Mater la madre, con il cuore trafitto e l’animo
ferito a morte di chi si sente tradito
dal figlio prediletto, è inghiottita in una spirale di disperazione che la tira
giù verso un baratro senza fondo in cui emozioni, sentimenti, tempo e memoria
hanno senso solo perché si accendono e si coagulano nel nome di Andrea, che
muore e risorge mille volte ogni giorno nella sua mente e nel suo cuore.
sabato 16 febbraio 2013
giovedì 6 settembre 2012
Visitare Bruxelles a piedi, reporter per qualche giorno
A Bruxelles, capitale dell’Europa
Quest’agosto, Bruxelles e Amsterdam. Buona scelta, così scampiamo agli anticicloni bollenti che stanno ardendo l’Italia. Appena messo il naso fuori dall’aereo, nella sterminata pianura che circonda Charleroi (nome familiare ai nostri emigrati molisani), ci sorprende infatti un’arietta frizzante, ben diversa dall’afa lasciata a Roma. Il sole è coperto da un rapido passaggio di nuvole spinte dai venti; bene, penso: camminare sotto qualche pioggerella non sarà male. Saremo accontentati anche troppo, nei giorni seguenti….Qui è la norma, aprire ogni tanto l’ombrellino.
Quest’agosto, Bruxelles e Amsterdam. Buona scelta, così scampiamo agli anticicloni bollenti che stanno ardendo l’Italia. Appena messo il naso fuori dall’aereo, nella sterminata pianura che circonda Charleroi (nome familiare ai nostri emigrati molisani), ci sorprende infatti un’arietta frizzante, ben diversa dall’afa lasciata a Roma. Il sole è coperto da un rapido passaggio di nuvole spinte dai venti; bene, penso: camminare sotto qualche pioggerella non sarà male. Saremo accontentati anche troppo, nei giorni seguenti….Qui è la norma, aprire ogni tanto l’ombrellino.
In verità Bruxelles non mi attirava granché, forse per i tiggì che mandano la solita immagine di repertorio del Parlamento o dell’Atomium, che alla tele sembra un giocattolo, quando invece supera i 100 metri di altezza, e insomma la immaginavo scostante, fredda, una city della politica dove tutti o quasi girano in tenuta d’ordinanza e valigetta diplomatica.
mercoledì 2 maggio 2012
Mirabello Sannitico nella cultura e nella Storia
Nella foto: R. Frattolillo, A. Verdone, B. Bertolini
Il 28 marzo scorso, nella Biblioteca dell’antico Palazzo
Spicciati, si è tenuto un interessante incontro organizzato dall’Associazione
Donne Mirabellesi (UDM) e dal Comune, rappresentati entrambi dal vicesindaco Antonietta Verdone, che ha
aperto i lavori e introdotto le
relatrici. Barbara Bertolini e Rita
Frattolillo, coautrici del dizionario bio-bibliografico Molisani
milleuno profili e biografie (Ed.Enne, 1998) , e da molti anni attente ricercatrici del patrimonio
culturale molisano indagato sotto i suoi vari aspetti, hanno appuntato la loro attenzione sulla
fisionomia di Mirabello Sannitico, un
centro – hanno sottolineato - che è stato sempre presente negli eventi che
hanno segnato la Storia culturale e politica della regione e dell’Italia.
venerdì 20 aprile 2012
IO SONO LA GUERRA di Adelchi Battista
Per il suo romanzo di esordio Io sono la guerra (Rizzoli, 2012, pp.524, 22 euro), Adelchi Battista (Campobasso, 1967), che vive a Roma, dove scrive per la radio, la televisione e il teatro, sceglie un periodo cruciale della seconda guerra mondiale, il mese che va dal 23 giugno al 25 luglio1943 .
Giorno dopo giorno, Battista ricostruisce, sulla scorta di una messe enorme di documenti ricercati con pazienza e tenacia, il drammatico mese in cui precipita rovinosamente, dopo venti anni di dittatura, il regime fascista. Questo romanzo storico, che coniuga il ritmo e l’allure di un film in presa diretta con il rigore richiesto dall’argomento, si apre sulle voci del prossimo sbarco anglo-americano in Sicilia riferite a Hitler dai gerarchi nazisti nel centro di comando e di controllo di Berghof, e poi, un capitolo dietro l’altro, affronta da più angolazioni – dalle stanze del potere come dalla strada - i nodi politici che hanno segnato quei giorni memorabili della nostra Storia, mettendo in scena dialoghi, fatti e personaggi che porteranno all’ultima seduta del Gran Consiglio, per la quale Dino Grandi aveva preparato un ordine del giorno avverso al duce, che decreterà, in un clima di accesa tensione, la crisi definitiva del regime e la fine di Mussolini. Basandosi su notizie, foto, fughe di notizie, Battista, che rivela nel suo feed-back un notevole bagaglio culturale in cui è confluita anche la lettura di Laurent Binet e Jonathan Littel, con Io sono la guerra, che va meritoriamente ad arricchire la non vasta bibliografia molisana del settore, ha il pregio di raccontare gli eventi della macrostoria come un romanzo, avvincendo il lettore nell’intrico dei giochi di potere e del destino, anche grazie all’alta qualità e alla buona tenuta di una scrittura senza cedimenti.
Rita Frattolillo
lunedì 2 gennaio 2012
Una storia vera sull'emigrazione in terra svizzera negli anni '60-'70
Dall’Italia alla Svizzera e (qualche) ritorno, in un libro-inchiesta che mette a fuoco la storia di coloro che, per assicurarsi il pane, dalla fine degli anni ’50 dovettero migrare a scatti e morsi da una Patria avara al di là della frontiera, sottostando a norme tanto rigide che solo la ferrea volontà di riuscire e la prospettiva di un futuro decente potevano rendere sopportabili.
Con un particolare, che rende unico nel suo genere il volume E qui, almeno, posso parlare? Storia dell’emigrazione italiana a Ginevra. I figli degli emigrati ospiti del “Regina Margherita” al Grand-Saconnex (ilmiolibro.it - Gruppo editoriale l’Espresso, con versione francese, luglio 2011, pp.284, euro 17.50), in quanto l’inchiesta non si basa su fatti visti o sentiti, ma è in presa diretta, e a raccontare, in una sorta di flash-back, sono i diretti protagonisti, oggi nonni sereni, e all’epoca bambini spauriti, piccoli clandestini catapultati in un ambiente ostile.
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sabato 12 febbraio 2011
SORELLE D'ITALIA, IL RISORGIMENTO AL FEMMINILE NEL MOLISE
Una certa idea del Risorgimento si è alimentata, oltre che con il mito dei padri fondatori, con il vissuto dei vari eroi di penna e di spada. Tutti conosciamo, per fare qualche esempio, le opere “risorgimentali” di A. Dumas e Stendhal che, affascinati dalla penisola e dai suoi fermenti fin quasi ad adottarla, l’hanno attraversata in lungo e in largo, filtrando negli scritti, assieme alle loro dirette esperienze, le chiavi storico-letterarie di quel tempo; allo stesso modo tutti sappiamo degli eroi senza frontiere, come lord Byron, che è andato a morire in Grecia per difenderla, come il napoletano Alessandro Poerio, caduto in difesa di Venezia insorta contro gli austriaci, o come i veneziani fratelli Bandiera, che hanno trovato la morte in Calabria. Ma delle madri fondatrici − e delle eroine −, che notizie?
Eppure, sono esistite, e non solo nella finzione letteraria, non solo l’appassionata Vanina Vanini creata dalla feconda penna di Stendhal e riproposta da Rossellini nell’omonimo film del 1956.
Donne vere, in carne ed ossa, a cominciare dalla “madre fondatrice” Cristina Trivulzio di Belgioioso. E continuando con mogli e compagne coraggiose, come Teresa Casati, che si piegò fino a chiedere la grazia per il marito Federico Gonfalonieri, seguendolo di carcere in carcere fino alla fine, o come Enrichetta Di Lorenzo, compagna di Carlo Pisacane nella lotta, nelle traversie e nella miseria.
Oppure come la giornalista inglese Jessie White, che, inviata del Daily News, si innamorò dell’Italia fino a dedicarsi attivamente alla causa dell’Unità. Sposa del garibaldino Alberto Mario, che aveva conosciuto in carcere, fu la biografa di Mazzini e Garibaldi.
La più fortunata perché più conosciuta, non solo per la sua personalità di outsider, ma soprattutto grazie al cognome acquisito, è stata Anita Ribeiro Garibaldi, l’unica – mi risulta − ad essere ricordata con monumenti a lei dedicati. Nessuna meraviglia, dal momento che le poche donne passate alla storia scritta devono quasi sempre la loro notorietà allo stretto grado di parentela con i grandi uomini. Un nome per tutti, Maria Drago, madre di Mazzini.
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venerdì 2 luglio 2010
Quella copertina con Saviano morto...
Non voglio nominare il giornale per non fargli pubblicità, ma quell'orrenda copertina dello scorso giugno con Saviano morto ammazzato mi ha suscitato prima choc e poi indignazione.
L'hanno già ucciso tante volte con parole oltraggiose dettate dall'invidia per il suo successo internazionale e dall'odio dei servi del potere che non gli perdoneranno mai il suo spirito libero. Ma non bastava, avevavo bisogno di vedere concretamente l'immagine di lui finito, steso sul tavolo dell'obitorio, con il cartellino identificativo bene in vista.
Roberto Saviano è terribilmente scomodo per quel che dice e scrive, e soprattutto perché è un simbolo. In quanto colpevole di credere alla forza della parola e alla libertà di poterla esprimere, è necessario rimuoverlo, e qualunque modo è buono. In quest'Italia narcotizzata, con i valori rovesciati, sentirsi uomo libero, capace di combattere denunciando apertamente le mafie e la criminalità, a costo di rinunciare ad una vita normale, è una colpa che non si perdona. E invece ci vorrebbero cento, mille Saviano, in questo Paese diventato vile e corrotto. Oltretutto, mi chiedo se quelli che lo attaccano con tanta veemenza e livore sarebbero capaci, per le loro idee, di sacrificarsi come è costretto a fare lui. Sotto scorta già prima dei suoi 30 anni, ha dovuto rinunciare alla sua vita di giovane, e perdere, in definitiva, il contatto diretto con la realtà. Ridotto a qualche spiraglio di quotidianità e ad accontentarsi di una parvenza di vita, e sempre con l'incubo di essere, lui e i suoi cari, un bersaglio.
L'hanno già ucciso tante volte con parole oltraggiose dettate dall'invidia per il suo successo internazionale e dall'odio dei servi del potere che non gli perdoneranno mai il suo spirito libero. Ma non bastava, avevavo bisogno di vedere concretamente l'immagine di lui finito, steso sul tavolo dell'obitorio, con il cartellino identificativo bene in vista.
Roberto Saviano è terribilmente scomodo per quel che dice e scrive, e soprattutto perché è un simbolo. In quanto colpevole di credere alla forza della parola e alla libertà di poterla esprimere, è necessario rimuoverlo, e qualunque modo è buono. In quest'Italia narcotizzata, con i valori rovesciati, sentirsi uomo libero, capace di combattere denunciando apertamente le mafie e la criminalità, a costo di rinunciare ad una vita normale, è una colpa che non si perdona. E invece ci vorrebbero cento, mille Saviano, in questo Paese diventato vile e corrotto. Oltretutto, mi chiedo se quelli che lo attaccano con tanta veemenza e livore sarebbero capaci, per le loro idee, di sacrificarsi come è costretto a fare lui. Sotto scorta già prima dei suoi 30 anni, ha dovuto rinunciare alla sua vita di giovane, e perdere, in definitiva, il contatto diretto con la realtà. Ridotto a qualche spiraglio di quotidianità e ad accontentarsi di una parvenza di vita, e sempre con l'incubo di essere, lui e i suoi cari, un bersaglio.
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mercoledì 23 giugno 2010
Donne: possibile che si debba gridare al miracolo per ogni vittoria!
Per l’8 marzo, sia pure in notevole ritardo, vorrei dire che di anno in anno mi suonano sempre più false le frasi di circostanza sciorinate per le celebrazioni rituali riguardanti noi donne. Perché? Basta una sola segnalazione per capire il mio stato d’animo, ed è questa: per la prima volta nella storia del cinema, un regista donna ha vinto l’ambìto Oscar. Si tratta di Kathryn Bigelow, autrice del film The Hurt Locker. Fin qua, tutto bene, e ci complimentiamo vivamente con la signora Kathryn; ma dovevate leggere i commenti planetari usciti per l’occasione sui media!! Tutti accomunati dallo stesso tono meravigliato di chi non si aspetta neanche lontanamente una vittoria del genere, come davanti alla prima (e forse unica) volta di un evento assolutamente impensabile, della serie “toh! guarda, pure le donne adesso sanno fare film!!”. Penso che finché l’atteggiamento generale verso l’operato e la creatività femminile sarà mosso da tale incredulità di fondo, ci sarà ben poco da celebrare e molto ancora da fare per cambiare certa mentalità, che, a quanto pare, è assai dura a morire…
mercoledì 3 marzo 2010
Mont Saint-Michel
Un filo rosso lega San Michele sul Gargano al Mont Saint-Michel, non solo perché entrambi sono dedicati all’arcangelo sterminatore dei demoni, il cui culto si estendeva già nell’antichità dall’Oriente alla Gallia, ma perché nel lontano 708 il vescovo Aubert, dopo i ripetuti sogni in cui Michele gli ordinava di consacrare l’isolotto roccioso al suo culto, inviò dei messaggeri sul monte Gargano, e questi ritornarono con le reliquie del mantello vermiglio indossato lì dall’arcangelo durante una delle sue apparizioni, e un frammento dell’altare su cui aveva poggiato il piede. Nasce così l’edificazione del santuario e dell’abbazia sul Monte, che all’origine si chiamava monte Tomba (a simboleggiare contemporaneamente il sepolcro e l’elevazione) e intorno ad essa sono fiorite numerose leggende sui miracoli che hanno costellato la lunga e laboriosa costruzione. Alla storia della vita dei monaci benedettini su quel Monte si intreccia indissolubilmente la Storia della Francia, e anche quella dell’Inghilterra, dopo che il normanno Guglielmo il Conquistatore s’impadronì dell’isola, e dopo la disfatta di Azincourt (1415), quando a sua volta la Normandia cadde nelle mani degli inglesi. Il picco granitico è appartenuto al ducato di Normandia fino al 1214, quando la vittoria di Bouvines trasformò la Normandia in una provincia del regno di Francia. Meta di pellegrinaggi, ma anche teatro di guerre sanguinose, come la guerra dei Cento anni, Mont Saint-Michel deve ad un suo valoroso soldato, il connestabile Bertrand Duguesclin, se la Francia sembrò rialzarsi dopo le dure sconfitte di Poitiers e Crécy, e il re Carlo V, per riconoscenza, volle che il suo capitano venisse sepolto nella necropoli dei re, l’abbazia Saint-Denis, alle porte di Parigi.
Quello che vedo e provo mentre mi avvicino al Mont Saint-Michel è qualcosa che supera l’immaginazione più accesa.
martedì 16 febbraio 2010
Saint-Denis, luogo-simbolo della mistica reale francese
La bambina di colore che pattina energica sul sagrato dell’antica cattedrale gotica, probabilmente ignora che lì, a pochi passi dal suo volteggiare, riposano i re che per secoli hanno determinato i destini della Francia e impresso il corso della sua Storia. Sgomento e incredulità sono le mie sensazioni appena metto piede all’interno, sia per la vastità, sia per l’altezza esasperata delle colonne che trasmette un senso di verticalità da far girare la testa. Non mi ero mai trovata in un cimitero regio di tale ricchezza scultorea e tali dimensioni : vi sono rappresentati 10 secoli di re, regine e principini, da Dagobert, VII sec., fino ai ghigliottinati Luigi XVI e consorte.
sabato 9 gennaio 2010
Quale senso per i dialetti?
L’estate 2009 un articolo del prof. Onorato Bucci, “Dialetti con senso” uscito su Il Tempo (3 agosto), e il dibattito in corso sulla proposta leghista riguardante l’uso obbligatorio del dialetto locale nella didattica, mi hanno sollecitato a qualche considerazione.
Studio i dialetti da circa trent’anni, e ho trovato interessante, oltre che di ampio respiro, l’excursus di Bucci, mio illustre corregionale, pur se lo sforzo di sintesi ha comportato, come spesso capita, qualche approssimazione. Ve ne propongo gli stralci principali.
“Federico Fellini considerava il dialetto come la testimonianza più viva della nostra storia, e infatti ogni parlata è un condensato della storia politica, culturale, sociale del territorio, in definitiva il prodotto della storia e della memoria di una collettività. Lo avevano compreso tanto bene gli intellettuali del periodo unitario, quando, anche sull’onda della filologia demologica, si diedero a raccogliere testimonianze (che fossero fiabe, canti, poesie, proverbi,usi) nei vari vernacoli, come i molisani Emilio Pittarelli ed Enrico Melillo, Nunzia Fruscella, l’abruzzese Gennaro Finamore, il siciliano Giuseppe Pitré, per menzionarne solo alcuni. Si ricorse anche a traduzioni, come fecero Giovanni Papanti e Luigi Luciano Bonaparte. E, negli ultimi decenni dell’Ottocento, in pieno dibattito sulla questione della lingua, uno dei padri fondatori della dialettologia scientifica, il prof. campobassano Francesco D’Ovidio, affermava che il dialetto va “analizzato coma una lingua, con la stessa strumentazione e rigore”, e pertanto realizzò (1906), con il Meyer-Lubke, la Grammatica Storica della lingua italiana e dei suoi dialetti. Intanto, “fatta”l’Unità politica, ci si poneva il problema di quella linguistica, e se G.I.Ascoli, contrariamente al Manzoni, era convinto che i dialetti non erano da escludere dalla scuola, ma da valorizzare e studiare, perché “il bilinguismo è fattore di sviluppo dell’intelligenza”, più tardi, i programmi Gentiliani per la scuola elementare, in gran parte ispirati dal pedagogista siciliano Giuseppe Lombardo Radice, individuarono nei dialetti uno strumento valido per insegnare l’italiano ai bimbi. Bucci lamenta, in quel momento storico, il fallimento del progetto di raccogliere le consuetudini giuridiche locali, e ne ha ben donde, tuttavia diversi direttori didattici dell’epoca promossero ricerche, come Eugenio Cirese, realizzando pubblicazioni di spessore nel campo etno-folklorico. Insomma le Piccole Patrie, come le chiama Bucci, non sono state, sia pure tra alti e bassi, abbandonate e dimenticate, e, se poi ci si prende la briga di scorrere, oggi, la bibliografia regionale – di qualunque regione italiana – si scoprono molti titoli riguardanti lavori sul e in dialetto, come –restando nel Molise - i vecchi ma non datati lavori di Michele Minadeo per Ripalimosani (1955), i volumi di Michele Colabella su Bonefro(1979-1993), lo studio di Nino Bagnoli su Fossalto (1990).
“ Vorrei concludere questi pensieri con qualche riflessione sulla proposta leghista, pur se non ne conosco i dettagli. Facendo una doppia premessa, e cioè:
- se agli alunni è già assicurata una buona conoscenza della lingua nazionale (precondizione indispensabile);
- a quale dialetto ci si riferisce, se a quello annacquatissimo di oggi, oppure a quello letterario.
Ciò detto, c’è da chiedersi cosa tende ad accertare un test sul dialetto.
Perché se serve a monitorare il grado di dialettofonia del docente, cioè la sua capacità di esprimersi, sarebbe una vera sciocchezza. Infatti non credo proprio che si possano fare progressi sulla strada della conoscenza del territorio scambiando qualche battuta dialettale con gli studenti. Se così fosse, si ridurrebbe la già malconcia scuola italiana a livelli da strapaese. Inoltre, ogni parlata ha le sue peculiarità fonetiche, lessicali e morfosintattiche, e quindi la dialettofonia di quel docente (e anche quella dei suoi scolari) potrebbe essere spesa solo in un dato paese.
Nel Molise, ad esempio, Toro dista solo qualche km. da S. Giovanni in Galdo, ma i due vernacoli differiscono parecchio, sicché un nativo del primo non potrebbe “emigrare”nell’altro paese (o altrove). Aggiungo che, se a monte del progetto leghista si cela la volontà di respingere dalla scuola i docenti meridionali – dal momento che la maggioranza viene dal Sud – la meschinità e la ristrettezza di orizzonti che l’avrebbero ispirato lo commentano da sé.
Ma, come si accennava prima, il patrimonio dialettale si presta a ben altri approcci, e far gustare una poesia o un passo di un autore vernacolare richiede una competenza che non si può improvvisare: non solo sensibilità letteraria, capacità di collocare l’opera e il suo autore nel periodo, ma analizzare il testo in ambito semantico, etimologico e filologico….
Un fardello non indifferente. Oltretutto, se, come ha scritto Luca Serianni, negli ultimi vent’anni i giovani hanno affidato al dialetto la propria carica trasgressiva, non sarà facile. Ma neanche impossibile, dal momento che essi – lo so da vecchia docente - sono sempre pronti ad abbracciare le “novità”. E qui mi permetterei qualche suggerimento.
Un’operazione didattica potrebbe passare attraverso opportuni input –adeguati alla fascia d’età degli scolari - tesi a stimolarli verso un “nuovo” terreno da esplorare.
Coinvolgendo i ragazzi nella ricerca degli attrezzi e degli utensili domestici in disuso e ancora reperibili in scantinati e soffitte; intervistare chi più di loro ne conosce l’utilizzo, il nome e la pronunzia corretta; risalire al loro etimo, e così via.
Un approccio del genere consentirebbe un duplice vantaggio, quello di ‘rinforzo’, e di prendere consapevolezza del territorio.
Si potrebbero organizzare manifestazioni teatrali incentrate su recite in dialetto, senza trascurare la musica, portando ad esempio gruppi come gli Almamegretta e i Pitura Freska, che sbandierano nelle loro canzoni, a ritmo di rap e rock, il vernacolo come simbolo di diversità.
Poi, riscoprire il dialetto in campo poetico, avviando i giovani alla conoscenza diretta dei testi letterari, facendone apprezzare la forza di suggestione e la capacità espressiva. Eleggerlo a lingua speciale, come una sorta di provenzale da contrapporre, nella sua preziosa specificità, al generalismo dell’italiano d’uso o agli inglesisimi. Promuovere concorsi di poesia, parlare del dialetto come di un’Arcadia che può trovare una nuova stagione grazie a “parole che scaldano le cose”. Insomma, vedremo l’autunno cosa ci porterà….
[pubblicato integralmente sul mensile “Il bene comune”, N°11 , nov.2009]
mercoledì 30 dicembre 2009
Sulle orme di Chateaubriand
L’estate scorsa (2009) sono andata sulle tracce di Chateaubriand, nell’antica Bretagna, terra di castelli ed abbazie; dapprima alla volta di Saint- Malo, la città interamente cinta da bastioni, dove il padre del romanticismo francese è nato nel 1768. Da questa città, covo di pirati e sede della loro flotta, che ha elevato una statua al corsaro Duguay-Tronin, partì il navigatore Jacques Cartier nel lontano 1534. Cercando un passaggio per la Cina attorno a Terranova, scoprì nientemeno che il Canada. Leggo questa notizia sulla lastra musiva ben visibile nella Cattedrale gotica di San Vincenzo. Mi aggiro per le strade lastricate del centro storico, tra ali di bistrot e ristorantini invitanti, vetrine che confermano la sua fama di regina della pesca, nel trionfo di ostriche, astici e gamberoni e negozietti debordanti di statue, sciabole e tutto l’armamentario piratesco. L’ardesia scura dei tetti è rischiarata qua e là da bagliori imprevisti: guardo meglio, sono i licheni gialli che li accendono di un bronzo corrusco. Seguo il cammino di ronda, lungo le mura che sono dello stesso granito di Mont –Saint- Michel. Mi rapisce la visione della distesa marina grigio-cenere e mi esalto al pensiero che “lui” ha respirato quell’aria di mare, vissuto in quel vento, sentito il grido dei gabbiani. Da qui, da questi bastioni, il piccolo François-René, visconte di Chateaubriand, assorto dietro all’eterno andirivieni delle onde (le”vagues”) - che lui chiamava “refrain”- , avrà sognato chissà quali mondi e sentito lo slancio verso l’infinito. E forse quella immagine gli avrà ispirato l’espressione-chiave del romanticismo:”vague des passions”. I grossi gabbiani che, stridendo, volteggiano tra i contrafforti e il mare o si posano sulle teste delle statue, sono parte inscindibile del paesaggio. Ma quel che calamita il mio sguardo è il Grand Bé, l’isolotto dove, dal 1848, riposa René, incarnando fin oltre la morte l’ideale di eroe romantico: altera, sdegnosa solitudine; i suoi resti in muto dialogo tra cielo e mare, silenzio assoluto interrotto solo dal quieto frangersi delle onde sulla rupe e dal grido acuto dei gabbiani che svolacchiano bassi. (foto:Le Grand-Bé)
E’ nei boschi di Combourg che sono diventato quel che sono (Chateaubriand, Mémoires d’outre-tombe)
La strada per Combourg, culla del romanticismo francese e tappa essenziale del mio viaggio, è costeggiata ancora oggi da fitti boschi dove spicca ogni tanto qualche tronco bianco di betulla; lussureggiante il sottobosco di felci. La cittadina, dominata dall’imponente castello feudale dove René ha vissuto per qualche tempo nell’infanzia e poi da adolescente, immortalandolo, è inseparabile dal ricordo del grande scrittore. Caffè, piazzette, hotel, vie, tutto è intitolato a Chateaubriand, che tra i boschi del parco e il lago condusse nella proprietà del castello un’esistenza “étrange”: terrori, fantasticherie solitarie, corse sulla landa in compagnia della sorella Lucile, indole tenera e fragile che poi andrà incontro ad un doloroso destino; esaltazione, tristezza indefinita, turbamenti di una sensibilità ardente. E’ qui, dove mi trovo io adesso, che si è svegliata la vocazione poetica di Chateaubriand; la sua anima d’artista resterà marcata per sempre da quegli anni di delirio che lui ha descritto da Maestro. Superato il cancello, il mio sguardo si perde nella vastità del parco boschivo: ben 25 ettari esaltati già dalla marchesa di Sévigné. Su un lato, incombe la mole massiccia del castello. Percorro la breve scalea esterna che, sostituendo il ponte levatoio, scavalca il fossato ora asciutto, e mi accingo ad accedere in un luogo che considero quasi sacro, sulla lunga onda emotiva impressa in me dalle ripetute letture dei capolavori che Chateaubriand ci ha lasciato; per me esso è un luogo addirittura sacro, per l’influenza innegabile che ha avuto sulla formazione del suo genio. Il castello, turrito, conserva l’aspetto di fortezza, e la sua vista mi fa venire alla mente la sensazione di “calma cupa” che trasmetteva al giovanissimo René. Subito dopo il vestibolo, ecco la cappella, dove la malinconica madre dello scrittore passava gran parte della sua giornata pregando e meditando. Il padre, invece, era una persona fredda e severa, la cui presenza bastava per trasformare in statue madre e figli, uno che, anziché stringersi intorno familiari e servitù, li aveva dispersi ai quattro angoli dell’enorme edificio. L’atmosfera tetra del castello - narra nelle Mémoires - era accentuata dall’umore taciturno e solitario del padre, che parlava solo se trascinato dall’ira, misurava a grandi passi sale e corridoi per ore interminabili, oppure andava fuori, a caccia; unico rumore, la sera, quei passi sempre uguali, i sospiri della madre e il mormorio del vento. Attraverso sale e salotti, tutti bene arredati, dopo che, saccheggiato e devastato come tanti altri edifici appartenenti alla nobiltà durante la rivoluzione, è stato restaurato e reso abitabile verso la fine dell’Ottocento. E’ il “salotto degli archivi” ad ammutolirmi, tanto è forte l’emozione che provo: vi sono raccolti i ricordi dello scrittore provenienti dall’appartamento parigino in cui è morto. Il suo letto di morte, il suo scrittoio, il suo calamaio, le decorazioni ricevute (la Croce di San Luigi, la Legion d’onore). Disegni, incisioni e ritratti, come quello della cognata Aline ghigliottinata ad appena ventitré anni, oppure quello della leggiadra Juliette Récamier, la fedele amica di tutta la vita; il diploma conferitogli dall’Accademia di Belle Arti di Roma nel 1828, quando vi era ambasciatore. Vorrei trattenermi ancora, indugiare ancora su quelle testimonianze di una vita spesa per la letteratura, nella politica e nella diplomazia… In fondo a tutto il lungo percorso programmato per noi turisti, ci aspetta – finalmente - la cameretta dove era confinato il piccolo René. Anche se ricordavo bene i passaggi in cui la descrive, vederla materialmente mi sgomenta, non la immaginavo così squallida, piccola e disadorna; persino le finestre sono minuscole come feritoie, sembra più una cella da eremita che la stanza di un ragazzino… E’ situata nella torre del gatto, così chiamata perché durante i lavori vi fu rinvenuta la mummia di un gatto, probabilmente murato vivo all’epoca della costruzione del castello. Infatti un’antica usanza richiedeva che per scongiurare la malasorte occorreva murare un gatto, considerato in passato animale diabolico.
“La sera mi ritiravo sull’alto della torretta, vedevo solo una piccola parte del cielo e qualche stella. Le civette che volavano da una torre all’altra disegnavano tra la luna e le tende della mia cameretta l’ombra mobile delle loro ali. A volte, il vento sembrava correre a passi leggeri, altre volte la mia porta era mossa violentemente e il chiasso moriva, poi tornava ancora..” Arte e memoria abitano qui, indubbiamente, e certi luoghi, la loro atmosfera, la ravvivano
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